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Si sa che in tempo di crisi c’è sempre qualcuno che si distingue con trovate commerciali a dir poco discutibili. E anche in questa pandemia non è mancato chi ha cercato di fare del Covid-19 un’occasione di business.

 

Il 12 marzo scorso è stata depositata la domanda di marchio dell’Unione Europea “Coronavirus” per prodotti come olii essenziali e preparazioni per pulire, prodotti agricoli e bevande alcoliche e analcoliche.

Sulla base dell’articolo 7, paragrafo 1, lettere f) e g) del Regolamento UE 2017/1001 sul marchio dell’Unione Europea, mi aspetto che l’EUIPO sia portato a rifiutare la registrazione del segno denominativo Coronavirus per contrarietà al buon costume e per induzione in errore il pubblico circa la qualità del prodotto (in questo caso specifico).

Non è ammissibile infatti che dei soggetti traggano vantaggi commerciali tramite la registrazione di un marchio in netto contrasto con il sentire della comunità e inducendo i consumatori e le consumatrici ad acquistare un prodotto sull’onda della scia emotiva che il marchio in questione suscita.

Il pubblico potrebbe percepire il marchio come inaccettabile perché cosciente delle leve emotive che muove, ma potrebbe essere anche spinto ad acquistare il prodotto perché in preda alla paura che il marchio evoca.

E qui entrerebbe in gioco anche l’elemento di inganno per il pubblico, che potrebbe inconsciamente scegliere il prodotto (pensiamo a un detergente o a una bevanda) in quanto indotto a credere che contenga degli elementi “protettivi” che allontanerebbero la minaccia di contrarre il virus.

In attesa di scoprire gli sviluppi di questa vicenda, spero che la legge prevalga e che venga tracciata anche questa volta la strada giusta da seguire.